Santa Domenica

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di Michele Furchì Ricordi e usanze di un tempo nel giorno dei defunti Voglio iniziare questo racconto con una parte della bellissima poesia di Totò De Curtis, meglio conosciuto come Totò: “Ogni anno il due novembre c’è l’usanzaper i defunti di andare al cimitero.Ognuno ha da vé’ chesta creanza,ognuno ha da tené chistu pensiero.Pure io…

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L’incanto del due novembre

di Michele Furchì

Ricordi e usanze di un tempo nel giorno dei defunti

Voglio iniziare questo racconto con una parte della bellissima poesia di Totò De Curtis, meglio conosciuto come Totò:

“Ogni anno il due novembre c’è l’usanza
per i defunti di andare al cimitero.
Ognuno ha da vé’ chesta creanza,
ognuno ha da tené chistu pensiero.
Pure io ogni anno in questo giorno,
in questa triste e mesta ricorrenza,
anch’io ci vado e con i fiori adorno
il loculo marmoreo e zii Vicenza…”


Le nostre antiche usanze

Passiamo ora alle nostre antiche ma belle tradizioni, quando si era felici anche se non c’era molto da mangiare.
Durante tutto l’anno, il priore della confraternita aveva il compito di andare nelle campagne e raccogliere quanto i contadini donavano.

Per esempio:

  • se era tempo di trebbiatura, raccoglieva il grano;
  • se era tempo di vendemmia, raccoglieva il mosto, che poi diventava vino.

Tutto ciò che veniva raccolto veniva messo da parte e custodito con cura gelosa dal priore pro tempore.


“I beniditti morti”

Quando arrivava il giorno dei morti (2 novembre), di mattina, appena spuntava l’alba, un vecchietto – che chiamavamo “u Principi” – usciva per le strade con un campanello.
Fermandosi all’inizio di ogni viuzza o quartiere, gridava:

«I beniditti morti! I beniditti morti!»

Ognuno allora offriva ciò che poteva.
Tutto quello che veniva raccolto serviva per il mantenimento della confraternita.


Le celebrazioni e la raccolta

Dopo che il parroco celebrava le funzioni religiose del mattino, nel pomeriggio si teneva una Santa Messa nel cimitero, in suffragio dei defunti.
Anche lì il custode usciva con una busta e raccoglieva qualche soldo, che gli rimaneva come compenso per il servizio annuale di sepoltura dei morti.

Al ritorno, tutti si dirigevano verso la piccola chiesa di Sant’Anna, dove sull’altare era già esposto il raccolto dell’anno:
grano, paniculu, fichi secchi, mannisi, suriaca, ciciri… insomma, di tutto un po’.

Dopo le preghiere di rito, don Giuseppe Petracca, comunemente chiamato “abbati Peppi”, benediceva tutto ciò che era stato raccolto e dava inizio all’asta dei prodotti.


L’incanto e la festa

Lì cominciava un vero carosello.
Il primo a lanciare il prezzo era Carmelo, “u Principi”, che gridava:

«Avanti con l’incanto! Chi offre di più?»

Nascevano piccole dispute tra chi voleva accaparrarsi i prodotti, tanto che spesso doveva intervenire abbati Peppi per calmare gli animi.

Noi ragazzini, intanto, infilavamo le mani nei sacchi dei fichi secchi o dei mannisi, e li mangiavamo fuori dalla chiesa.
Dopo tante risate, offerte e parole, l’asta si chiudeva definitivamente.
Abbati Peppi ci dava la benedizione e tutti tornavamo a casa.

L’indomani, alle undici, si tornava al cimitero per celebrare un’altra Messa in suffragio dei morti.


La poesia di Totò e il messaggio finale

Totò De Curtis concludeva la sua poesia con parole che ancora oggi fanno riflettere:

“Tu vuò mettere ’n capo ’a cervella
che a morte o sai ched’è? È ’na livella.
Nu re, nu magistrato, nu gran’ ommo,
trasenno stu cancello ha fatt’ o punto:
c’ha perso a vita e pure ’o nomme.
Tu non t’è fatto ancora chistu cunto?
Perciò senteme a me, nun fà o restivo,
suppuortame vicino, che t’importa?
Ste pagliacciate ’e fanno sulo ’e vive,
nuje simmo serie, appartenimmo à morte.”


Un tempo il Due Novembre non era solo un giorno di tristezza, ma anche un momento di comunità, di memoria e di solidarietà.
Un giorno in cui i vivi si ricordavano dei morti, ma anche dei valori che tenevano unite le famiglie e il paese.

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