
Si avvicina il 6 dicembre e il calendario liturgico ricorda San Nicola di Bari. Questa era una festa molto importante e sentita dalla popolazione di Santa Domenica, soprattutto dai contadini, perché San Nicola è anche il protettore degli animali bovini, fondamentali nel lavoro dei campi: trainavano infatti gli aratri in legno e in ferro, permettendo di dissodare il terreno più in profondità rispetto alla zappa.
Ho ancora vivo, tra i ricordi della mia infanzia e non solo, il momento in cui ci si accorgeva che le festività natalizie stavano per iniziare. Sì, cominciavano alcuni giorni prima dell’Avvento, ma anche con una serie di feste precedenti, tra cui quella di San Nicola.
Mia madre ricordava così questo cammino spirituale e allo stesso tempo profano, che includeva le principali ricorrenze religiose e ci accompagnava a tappe verso il Santo Natale: “u vintunu novembri da Madonna a Chjiòvana, u sei dicembri i Santu Nicola, l’ottu da Mmeculata, u deci da Madonna o Ritu a Turri Marinu, u tridici di Santa Lucia, e u vinticincu du Santu Natali”.
Il giorno di San Nicola si svolgeva la processione per le vie del paese e, siccome la statua (oggi situata all’inizio della navata laterale entrando nella Chiesa madre) era particolarmente pesante — poi sostituita da una più leggera — veniva portata in spalla da persone robuste e forti.
Tutti coloro che potevano partecipavano alla processione con grande devozione, pregando affinché San Nicola proteggesse le vacche e tutti gli altri animali, allora indispensabili sia per la lavorazione della terra sia per l’alimentazione delle famiglie.
Il pomeriggio del 5 dicembre i contadini bollivano il granoturco (u paniculu) che avevano seminato, raccolto e conservato, e che il giorno seguente, per devozione, avrebbero dato da mangiare ai bovini e agli altri animali.
I ragazzi — ma anche alcuni adulti — con scodelle e vari recipienti si recavano dai due o tre contadini che vivevano vicino al paese per farsi dare del granoturco bollito, che avrebbero mangiato il giorno seguente, sia per devozione al santo, sia semplicemente per fame, perché molte famiglie erano povere e il granoturco bollito, condito con un po’ d’olio e sale, era un alimento gustoso e prelibato.
I contadini, sapendo che sarebbero arrivati molti paesani, ne bollivano in grande quantità.
Secondo la tradizione, il granturco bollito della sera della vigilia di San Nicola non doveva essere consumato subito (anche se, come detto, alcuni lo mangiavano appena rientrati a casa per la fame), ma andava deposto sul davanzale di una finestra o lasciato sulla buffetta, il piccolo tavolo da cucina, affinché durante la notte il Santo vescovo potesse benedirlo “urinandovi sopra”.
Mia madre mi diceva proprio così: “Santu Nicola, tra a notti du cincu abbriscendu a matina du sei dicembri, passa pi ogni casa e ‘piscia ‘u paniculu’ mu benedici; poi, u jornu dopu, pi bonu aguriu, si poti mangiari, e no prima”.
Oggi la festa di San Nicola — ma forse anche altre feste — è diventata un giorno come tanti e, piano piano, molte belle tradizioni si sono perse o si stanno perdendo, “barattate” con eventi festaioli sì, ma profani, che non ci appartengono e che non hanno legame con la nostra cultura religiosa e contadina.
Penso che non dovremmo mai dimenticare le nostre origini identitarie, pur accogliendo la modernità e le novità necessarie alla vita civile e sociale.
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